San Gianuario
San Gianuario
ex abbazia di santo stefano
Le strutture dell’abbazia benedettina dedicata al protomartire Stefano vennero erette in stile romanico nel XI secolo, quando nella media valle dell’Agri stavano fronteggiandosi la chiesa ortodossa di rito orientale e quella cattolica di obbedienza romana. Per questa sua valenza strategica, l’abbazia fu fin da subito oggetto di ricche donazioni da parte dei conti normanni di Marsico, divenendo tra le più importanti istituzioni ecclesiastiche della zona.
Durante i secoli, si resero necessari numerosi restauri, che purtroppo ne snaturarono l’originale architettura. Una rozza lapide murata sul campanile attesta un primo restauro intorno al 1070 per volere del conte normanno Rinaldo e dell’abate Radone, mentre, al tempo del papa Gregorio XIV e del re Filippo II, venne eseguita la radicale risistemazione del complesso attestata dalla lapide sulla facciata. Trasformata in Beneficio Concistoriale della Cappella del Presepe di Santa Maria Maggiore di Roma, l’abbazia cadde lentamente in rovina e solo la chiesa, ridedicata al patrono San Gianuario, continuò ad essere officiata nell’ambito della vicina parrocchia di San Michele. Sebbene assai rimaneggiata, la chiesa conserva tutto il suo fascino medievale. Particolarmente suggestivo risulta il portale, con abati e santi scolpiti in bassorilievo. La porta bronzea, opera dello scultore Antonio Masino, è invece di recente realizzazione.
OPERE
SCULTURA LIGNEA DI GIACOMO COLOMBO – SAN GIANUARIO
La scultura lignea raffigurante san Gianuario, venne scolpita da Giacomo Colombo nel 1714. L'opera mostra un linguaggio plastico fluido e scorrevole, sensibile alla luce, che conferisce alla figura una notevole intensità espressiva sorretta da una sapiente modulazione cromatica e chiaroscurale, soprattutto nel volto. Si tratta di un’opera artisticamente assai notevole in quanto consente di attribuire al Colombo, per analogie stilistiche, numerose altre opere non firmate di questo importante artista napoletano.
SCULTURA LIGNEA – SANTO VESCOVO
Artisticamente notevole è questa scultura in legno policromo raffigurante un santo vescovo a busto intero, con ampia stola e mitria sul capo, il viso rivolto verso l'alto con espressione orante e la mano sinistra portata al petto. La scultura presenta una modellazione accurata del panneggio, delle mani e del viso, quest'ultimo trattato con particolare tensione patetica. Gli esiti formali presentano molte analogie con alcune opere di Giacomo Colombo, alla bottega del quale l’opera potrebbe essere accostata.
BASSORILIEVO LONGOBARDO - CHIERICO
Di grande rilevanza storica è il bassorilievo raffigurante un chierico dell’antica abbazia di Santo Stefano. Murato in riutilizzo sulla parete perimetrale nord est della chiesa, questo frammento lapideo rappresenta una delle rare testimonianze di arte sacra di epoca longobarda presenti in Basilicata.
San Francesco
ex convento di
San Francesco
Grazie alle robuste rendite del monastero, all’inizio del ‘500 lo scultore Francesco Antonio da Sicignano fu chiamato a realizzare un nuovo portale, mentre solo a fine ‘500, fu commissionata al pittore Girolamo Todisco la realizzazione di un ciclo di affreschi negli ambienti comuni del convento e la magnifica “Ultima Cena”, oggi esposta nella chiesa di San Michele.
Il convento venne definitivamente soppresso durante i primi decenni dell’800, mentre la chiesa fu utilizzata per alcuni decenni come sede vescovile, essendo la vicina cattedrale momentaneamente indisponibile. All’inizio del ‘900, l’utilizzo del vecchio monastero come carcere mandamentale, ne determinò la radicale trasformazione strutturale. Solo una colonna superstite del chiostro, parzialmente murata, resta oggi a malinconica testimonianza dell’antico splendore architettonico del complesso.
Seminario
episcopio e
Seminario Diocesano
Nel XVII secolo all’episcopio venne aggiunto l’adiacente palazzo del Seminario, inaugurato, dopo varie vicissitudini, il 17 gennaio del 1689 dal vescovo Domenico Lucchetti. Nel 1808 l’intero complesso episcopale venne divorato da un incendio appiccato da bande di ribelli antifrancesi. I locali del Seminario, restaurati solo dopo l’accorpamento della diocesi marsicense a quella di Potenza, rimasero inutilizzati per decenni e le opere d’arte che vi erano custodite furono trasferite in Cattedrale. Nella seconda metà del ‘900, i Padri Vocazionisti ne ricavarono un orfanotrofio, che venne però chiuso per i danni subiti dal terremoto del 1980.
San Michele
chiesa di
San Michele
La chiesa venne eretta intorno all’anno mille a ridosso di una delle antiche porte di accesso alla cittadella medievale. Si presenta ancora oggi in stile romanico a tre navate, ma vi si conservano solo poche tracce delle antiche pitture in stile bizantino che in origine decoravano interamente gli interni. Nella vecchia abside sono ancora evidenti i resti di una magnifica Deesis, col volto del Cristo pantocratore ancora parzialmente visibile. L’elegante portale, databile alla seconda metà del ‘200, è stato attribuito al lapicida lucano Melchiorre da Montalbano, spesso attivo al soldo dei Sanseverino conti di Marsico.
Un intervento di restauro, eseguito tra il 1724 ed il 1737, determinò l’inversione dell’orientamento originario dell’impianto ecclesiale, ricavando l’attuale facciata laddove originariamente sorgeva l’antico catino absidale. Il terremoto del 1857 danneggiò gravemente la chiesa, che a causa della precarietà delle strutture, rimase chiusa per decenni. Ristrutturata all’inizio del nuovo millennio, dal 2004 ospita una piccola quanto preziosa collezione di opere d’arte sacra.
OPERE
TELA DI GIUSEPPE SIMONELLI – SANTA BARBARA
Questo dipinto, attribuito a Giuseppe Simonelli, allievo del maestro Luca Giordano, ritrae santa Barbara nell’atto di ricevere la palma del martirio da un puttino in volo, mentre in basso un altro puttino le porge invano una ghirlanda di rose, simbolo di gloria terrena. Sulla sinistra si intravede la torre in cui, secondo le antiche agiografie, la Santa venne rinchiusa dal padre nel tentativo di impedirle di abbracciare la fede cristiana. La torre venne incendiata da una folgore, ma la Santa ne uscì incolume e perciò è oggi considerata la protettrice di quanti hanno a che fare col fuoco per lavoro. La composizione risulta ottimamente bilanciata e non risulta turbata dal vorticoso movimento dei putti. L’impianto compositivo è facilmente rapportabile allo stile giordanesco.
TELA DI MATTEO SIMONELLI – MARTIRIO DI S. STEFANO
Questa tela raffigurante il martirio di santo Stefano è firmata da Matteo Simonelli. Stilisticamente, questo pittore napoletano, figlio o nipote del più famoso Giuseppe Simonelli, oscilla, tra la tendenza classicheggiante della pittura di Luca Giordano e l’influenza del barocco di Francesco Solimena. Qui è rappresentato il protomartire Stefano, in vesti di diacono, mentre subisce il martirio per lapidazione sotto le mura di Gerusalemme. Ignorando gli uomini nerboruti che stanno per scagliargli contro le pietre, egli sembra anelare solo alla corona del martirio che i puttini in alto vengono a porgergli. La posa plastica dei personaggi ritratti conferisce alla scena un vorticoso senso di movimento, mentre, in secondo piano tra gli astanti, sul suo cavallo bianco, si nota Paolo di Tarso, futuro San Paolo, che secondo le antiche agiografie assistette al martirio di santo Stefano prima della sua conversione sulla via di Damasco.
TELA DI FELICIANO MANGIERI – ULTIMA CENA
Questa Ultima Cena di Feliciano Mangieri si distingue per l’inconsueta forma circolare del tavolo attorno al quale si dispongono i discepoli in maniera asimmetrica. Secondo la storica dell’arte Anna Grelle, questo pittore di origine campana, spesso operante in Basilicata durante il primo ’800, impronta le sue opere allo stile del Solimena, ma con evidenti influenze della pittura di Nicola Peccheneda.
AFFRESCO DI GIROLAMO TODISCO – ULTIMA CENA
Attribuito a Girolamo Todisco, questo magnifico affresco ornava un tempo il refettorio del vicino convento di San Francesco. Qui l’autore riesce a disporre i personaggi intorno al tavolo in maniera sapientemente equilibrata. I colori tenui delle vesti e la gestualità relativamente composta dei discepoli, inoltre, donano alla scena un senso di pacata armonia. Le vivande, dipinte in modo regolare ed ordinato, hanno una duplice funzione nell’economia didascalica del dipinto. Da una parte fanno riferimento all’armamentario simbolico della tradizione pittorica: ciliegie, uova, carciofo, melograno, uva; dall’altra, raffigurando alcuni alimenti tradizionali come il caciocavallo, servono a contestualizzare la scena, rendendola quanto più possibile realistica e familiare agli osservatori. Eseguito in pieno clima controriformista il dipinto sembra seguire i dettami del Concilio di Trento, che col decreto “De Sacris Immaginibus” aveva richiesto espressamente all’arte di farsi “Biblia Pauperum”, Bibbia dei poveri. Così, nel dipinto di Girolamo, alla raffinatezza dell’ambiente e delle vesti rinascimentali dei paggi servitori e del padrone di casa, defilato sulla destra della scena, fa da contraltare la quotidiana normalità della scena dipinta, con gli animali domestici intenti a divorare gli avanzi della cena ed un apostolo realisticamente raffigurato con la forchetta in bocca. Infine, la massima resa didascalica del dipinto è affidata al demone raffigurato in primo piano, mentre ripone i trenta danari nel sacchetto di Giuda, già estromesso dal consesso degli altri apostoli è raffigurato con l’aureola scura del tradimento.
DIPINTO DI LEONARDO FEDE – MADONNA DEL SOCCORSO
Questo dipinto del pittore Leonardo Fede, faceva parte del corredo artistico del monastero di San Tommaso, dove, già dalla fine del ‘400, era operativa una confraternita intitolata alla Madonna del Soccorso. Il dipinto raffigura la Vergine, con in mano un nodoso bastone, ed il Bambino Gesù con un appuntito tridente, mentre proteggono un personaggio in costume rinascimentale, dipinto in rappresentanza dell’intera umanità. Alle spalle della Madonna, ritratta con uno sfarzoso vestito, si staglia un’elegante struttura con un ricco arazzo, dietro al quale si intravede un paesaggio montano di ascendenza leonardesca. Artisticamente notevole e ben conservato risulta soprattutto il volto della Vergine, facilmente accostabile alle migliori opere del rinascimento italiano. La fastosa cornice lignea che contiene il dipinto, impreziosita da due eleganti colonnine dorate, presenta in alto un cartiglio in cui si legge: “Sub tuum presidium confugimus sancta Dei genitrix” ovvero: “Ci rifugiamo sotto la tua protezione, oh santa madre di Dio”.
TELA DI NICOLA PECCHENEDA – APOTEOSI DI S. GAETANO
Questa tela raffigurante l’Apoteosi di san Gaetano è attribuita a Nicola Peccheneda, pittore formatosi artisticamente a Napoli, seguendo le suggestioni dell’ultimo Solimena e soprattutto di Francesco De Mura. Secondo la storica dell’arte Anna Grelle, le opere commissionate da Marsico al pittore campano evidenziano un repertorio tipologico ampiamente sfruttato nelle sue opere successive. La gamma cromatica, dominata da toni lievi e rischiarati, è di chiara derivazione demuriana. Qui è raffigurato san Gaetano da Thiene durante un rapimento estatico avvenuto nel 1517, presso l'altare del Presepe nella basilica romana di Santa Maria Maggiore. Caratteristico dei dipinti del Peccheneda è il personaggio col turbante in basso a sinistra, più volte rappresentato nelle sue opere firmate e probabilmente riproducente le fattezze dello stesso autore.
SCULTURA LIGNEA – MADONNA CON BAMBINO
Questa scultura lignea, di autore ignoto, databile alla seconda metà del ‘300, era parte integrante del patrimonio artistico della Cattedrale. L’opera segue il modello iconografico delle cosiddette “Madonne castellane”, caratterizzate dal tipico copricapo delle dame dei castelli medievali. La scultura presenta molte particolarità ascrivibili ai canoni iconografici dell’arte sacra del XIII e XIV secolo. L’oro e l’azzurro delle vesti della Vergine la collocano simbolicamente tra le schiere celesti e l’aspetto di “adulto in miniatura” del Bambino Gesù è tipico dell’arte figurativa del periodo medievale, quando si riteneva che Gesù, per la sua natura divina, non potesse essere mai stato un vero e proprio bambino e che, quindi, avesse avuto fin dalla nascita tutte le caratteristiche intellettive e fisiognomiche di un adulto. Questa magnifica opera è stata esposta in Santa Croce a Firenze, nell’ambito della mostra intitolata “Maternità Divine”, tenutasi nel 2018 e curata dalla storica dell’arte Elisa Acanfora.
Barrese Boccia
palazzo
Barrese Boccia
Sulla destra del portale d’ingresso si vede murata una lapide medievale, che però non si riferisce al palazzo e che verosimilmente era posizionata in origine presso l’adiacente porta cittadina di Santa Croce. Vi si legge che nel 1142, ai tempi del Re normanno Ruggero II, avvenne una distruzione (dell’intera città?), alla quale seguì una ricostruzione voluta dal Re Guglielmo “il buono”, nel 1175.
A fine ‘800 il palazzo passò alla famiglia Dattoli e nel 1912, una parte di esso divenne sede generalizia dell’ordine delle suore “Figlie del Sacro Costato”. Donato al comune dal sacerdote Giovanni Boccia nel 1988, è oggi utilizzato come contenitore culturale.
San Giorgio
cattedrale di
San Giorgio
OPERE
SCULTURA LIGNEA MADONNA CON BAMBINO DI GIOVANNI DA NOLA
Questa magnifica Madonna lignea è attribuita a Giovanni Merliano da Nola, definito dagli storici dell’arte il “Michelangelo dei napoletani”. Scolpita secondo il modello delle “Madonne in “Maestà”, l’opera riprende un modello compositivo ampiamente utilizzato da artisti come Cimabue, Giotto, Duccio di Boninsegna. Qui, tuttavia, l’impianto compositivo presenta alcune significative varianti. Il volto della Vergine, che esprime una pacata tensione interiore, non è staticamente frontale, ma plasticamente rivolto leggermente verso destra. Il braccio destro disegna una curva, creando con la gamba sinistra del Bambino una sorta di circonferenza, che funge da centro compositivo dell’opera. La spiccata plasticità della scultura è poi esaltata dal ricco panneggio, arricchito da una finissima stola e dall’elegante laccio che regge il vestito sopra la vita. Ulteriore movimento è conferito all’opera dalla posizione del Bambino, che sembra staccarsi dal corpo della Madonna per venire incontro allo spettatore. Singolare è, infine, il rosario in corallo rosso dipinto al collo del Bambino Gesù. Nel 2015 l’opera è stata presentata all’Expò di Milano nell’ambito di una mostra curata da Vittorio Sgarbi.
TELA DI JACOPO CESTARO – SANT’ANTONIO DA PADOVA
Il pittore Jacopo Cestaro, considerato da Luigi Vanvitelli tra i migliori artisti napoletani del suo tempo, dipinse quest’opera su commissione dei frati del vicino convento francescano nel 1741. La tela rappresenta sant’Antonio da Padova col Bambino Gesù tra le braccia. L’immagine fa riferimento ad uno degli episodi salienti della vita del santo, che durante un’estasi in un bosco nei pressi di Padova, ricevette in braccio il Bambino Gesù dalla stessa Vergine Maria. In basso si notano, gettati in terra per la gioia del momento, i libri ed il giglio, ulteriori simboli iconografici legati alla figura del santo francescano.
Il dipinto è caratterizzato da un impianto compositivo arioso e da una gamma cromatica tesa a sottolineare la soluzione intimistica e delicata del tema trattato.
TELA DI JACOPO CESTARO - CROCIFISSIONE
Questa tela di Jacopo Cestaro raffigura il Crocifisso con l’Addolorata, s. Bonaventura da Bagnoregio, santa Apollonia e il beato Andrea Conti. Dal dipinto emergono decise note stilistiche di derivazione solimenesca e demuriana. L’impianto pittorico è calibrato e mostra un gusto per i volumi nitidi, torniti dalla luce densa, i colori sono pastosi, stesi con poche variazioni tonali. Il Crocifisso occupa il fuoco della composizione, mentre in primo piano, ai piedi della croce, sono dipinti la Vergine Addolorata e San Bonaventura da Bagnoregio, Ministro dell’Ordine francescano ed autore della “Legenda Maior” francescana.
In secondo piano, sono invece rappresentati Santa Apollonia, con la tenaglia simbolo del suo martirio, e l’eremita francescano Andrea Conti, nipote di papa Adriano IV e zio di Bonifacio VIII, posto in disparte, quasi a simboleggiare la sua scelta di restare umilmente “dietro le quinte”. Il cappello cardinalizio buttato in terra, in basso a destra, rappresenta infatti la rinuncia al cardinalato propostagli da papa Bonifacio VIII.
TELA DI JACOPO CESTARO – IMMACOLATA CONCEZIONE
La tela, raffigurante l’Immacolata Concezione, venne dipinta da Jacopo Cestaro nel 1741. L’articolazione spaziale della composizione è affidata all’aerea torsione della figura della Vergine ed al panneggio, che si dispiega apparentemente privo di peso. La materia cromatica è densa e vivida. I contrasti chiaroscurali, che esaltano le forme tornite, sono di chiara matrice solimenesca, con orientamenti spiccatamente accademici. La Vergine è rappresentata secondo il consueto modello iconografico desunto dal Vangelo di Giovanni, che scrisse: “nel cielo apparve un segno grandioso; una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi”. Le vesti bianche e azzurre della Madonna simboleggiano rispettivamente la purezza e la divinità. Al repertorio iconografico mutuato dalle denominazioni bibliche della Madonna si rifanno anche gli angioletti, dipinti mentre offrono alla Vergine una rosa, rosa Gericum, un giglio, lilium inter spinas e uno specchio, speculum sine macula.
TELA DI JACOPO CESTARO – INDULGENZA DELLA PORZIUNCOLA
La tela raffigurante l’Indulgenza della Porziuncola è una delle cinque opere commissionate nel 1741 al pittore Jacopo Cestaro. Nell’opera è rappresentato uno degli episodi miracolosi della vita di San Francesco di Assisi, a cui, durante un’estasi, apparvero la Vergine ed il Cristo sull’altare della chiesetta della Porziuncola. Durante la visione, frate Francesco ricevette simbolicamente, dalle stesse mani della Madonna, il documento, poi ratificato da papa Onorio III, che concedeva l’Indulgenza a quanti avessero visitato la chiesetta. In questo dipinto Cestaro attinge a piene mani agli esiti formali e pittorici del barocco napoletano, sviluppandoli però in senso accademico. Si noti il perfetto equilibrio compositivo e l’interesse per le forme chiare e piene, sorrette da un impianto luministico deciso, che accentua gli effetti chiaroscurali dei colori densi.
TELA DI NICOLA PECCHENEDA – VERGINE E SANTI
La tela raffigurante la Vergine con s. Giovanni Battista e santa Lucia venne dipinta da Nicola Peccheneda a metà settecento. Questo pittore si formò a Napoli in ambiente accademico, seguendo le suggestioni delle botteghe di Francesco Solimena e di Francesco De Mura. L’opera evidenzia un repertorio tipologico ampiamente sfruttato nelle sue opere successive, specialmente per l’atteggiamento ieratico della Vergine. La gamma cromatica, dominata da toni lievi e rischiarati, di chiara derivazione demuriana, colloca questa tela nell’ambito della produzione moderatamente classicista, tipica degli orientamenti estetici della seconda metà del settecento.
SCULTURA LIGNEA - S. BENEDETTO
La scultura lignea raffigurante san Benedetto è attribuita alla bottega di Nicola Fumo, La scultura, proveniente dal monastero benedettino di San Tommaso di Canterbury, manifesta indubbi contatti con l’ambiente artistico napoletano della fine del XVII secolo. Pur nell’adesione ad un impianto barocco, rivela una ricerca di compostezza formale e di espressività pacata, affidate ad un intaglio di ricercata fluidità. San Benedetto è qui rappresentato con ai piedi un corvo recante un pezzetto di pane nel becco. L’agiografia del Santo, redatta da Papa Gregorio Magno, narra che nel periodo in cui il futuro fondatore dell’ordine benedettino viveva da eremita, alcuni sacerdoti, invidiosi della sua fama di uomo santo, gli inviarono un pane avvelenato, ma Benedetto ordinò ad un corvo, che svolazzava nei dintorni, di andare a buttare quel pane avvelenato dove nessuno avrebbe potuto trovarlo e mangiarne.
SCULTURA LIGNEA - SANTO VESCOVO
Questa scultura lignea, seriamente danneggiata dal crollo delle strutture della cattedrale durante uno dei tanti terremoti, rappresenta un santo vescovo non ben identificato. Di autore ignoto, l’opera appare esemplata sui modelli figurativi dell’ambiente artistico napoletano del ‘600. L’autore rivela tuttavia una mano incerta nella definizione spaziale e volumetrica, per cui la figura risulta irrigidita in una posa stereotipata, accentuata dalle soluzioni formali del panneggio, talvolta piatto, talvolta risolto con eccessiva minuzia descrittiva, come nelle pieghe della manica. Piuttosto vuota si presenta anche la resa espressiva del volto.
TELA DI GIUSEPPE SIMONELLI – SANTA LUCIA
Questa tela raffigurante santa Lucia viene comunemente attribuita a Giuseppe Simonelli. L’opera raffigura la santa in atteggiamento estatico, con lo sguardo rivolto verso l’alto. La figura è contornata da quattro angioletti, uno dei quali, in basso, regge un vassoio con gli occhi strappati alla Santa durante il suo martirio. Il volto florido della martire ricorda da vicino i volti dei personaggi dipinti nelle opere migliori di Luca Giordano, di cui il Simonelli fu discepolo prediletto. Anche le fattezze degli angioletti, il loro moto aereo e le atmosfere liquefatte denotano una commistione di luce, tono e colore, maturata dal Simonelli nella bottega e sui cantieri artistici del maestro.
CORO LIGNEO
Proveniente dal vicino monastero di San Francesco, questo coro ligneo fu adattato ad uso della Cattedrale nel XIX secolo. È formato da quattordici stalli nel registro inferiore e dodici in quello superiore. I sedili sono retti da piedini mistilinei come anche i braccioli. Gli schienali si presentano suddivisi da piatte lesene, che reggono una cornice modanata e aggettante e sono ornati da specchiature ottagonali con motivi floreali stilizzati. L’opera manifesta una ricerca tecnica e formale di buon livello e presenta evidenti affinità con esemplari di area campana.
Sant'Angelo
porta
Sant'Angelo
Cinta Muraria
Cinta Muraria
Messina Autilio
palazzo
Messina Autilio
Circa mezzo secolo dopo, nel Catasto Provvisorio Murattiano del 1815, il palazzo di famiglia, ampliato e rivelato dal “possidente” Fedele Messina, era già costituito da 12 stanze. Addossato alla chiesa di San Michele e all’arco di Porta Sant’Angelo, esso si affaccia sulla strada con un portale che immette in un sobrio cortile scoperto. Verso nord ingloba una delle torri di difesa ed i resti della vecchia cinta muraria. Per via ereditaria il palazzo è in parte passato in proprietà alla famiglia Autilio.
Capano Tafuri
palazzo
Capano Tafuri
Nel catasto onciario del 1737, il palazzo venne rivelato come “casa palazziata di più membri” con cortile interno, di proprietà di Gianuario Tafuri Capano. Nel catasto murattiano del 1815, invece, venne censito come una residenza “di otto locali soprani, otto mediani e due sottani”, proprietà del “magnifico” Domenico Tafuri. Prima di passare agli attuali proprietari, fu abitato per un lungo periodo dalla facoltosa famiglia Santalucia e per anni fu sede di un asilo infantile.



